Locarno e Valli

Anno 42 - N. 4

Mogno: “vogliamo riedificare una chiesa perché lì c’era una chiesa”

Fausta Pezzoli-Vedova

Festeggiare i 20 anni di vita di una chiesa può sembrare, a prima vista, un evento non particolarmente importante. Quando però le origini storiche di questo edificio sacro affondano nelle viscere del territorio che lo accoglie e nell’intimo della comunità che vi abita, allora, alla luce del destino toccato alla chiesetta di San Giovanni Battista a Mogno - Fusio edificata nel 1636 e distrutta nell’aprile 1986 da un’immensa valanga (unitamente ad altre 12 costruzioni) e poi, dopo un decennio di discussioni, ricostruita dal noto architetto Mario Botta e inaugurata il 26 giugno 1996, allora, dicevamo, la visione cambia. Ricordare il 30.esimo dell’evento devastante e il 20.esimo dall’inaugurazione – che pur nella continuità ha in ogni modo modificato il senso della sua presenza – è un atto obbligatorio, dovuto alla storia, alla comunità locale e non, a chi ha operato alla sua riedificazione, a chi ci ha creduto sin dall’inizio e anche a chi ha manifestato dubbi o avversità. La giornata della memoria, organizzata dall’Associazione per la Ricostruzione della Chiesa di Mogno, si è svolta proprio nel giorno del  ventesimo compleanno (domenica 26 giugno 2016) e ha portato in alta Lavizzara un migliaio di persone che hanno voluto testimoniare riconoscenza e forse anche superare le polemiche del passato, per protendersi idealmente oltre il tempo presente immaginando un futuro nel quale questa chiesetta diventi simbolo di forza e di comunanza. Significativo in tal senso, il discorso del presidente dell’Associazione per la ricostruzione arch. Giovan Luigi Dazio. “Possiamo dire, con compiacimento,
che 20 anni fa ce l’abbiamo fatta, tutti insieme; che siamo riusciti nella volontà di onorare quel che
eravamo stati, con la determinazione e la fiducia di credere nella possibilità del mutamento. La chiesa di Mogno è una preziosa perla nello scrigno di tesori d’ogni epoca di cui è ricco il Ticino: nella  valorizzazione che ne faremo sta una larga parte del nostro futuro. Ora che s’è fatta l’opera dobbiamo essere ancora più creativi e dobbiamo saper tradurre le nostre bellezze in affascinanti e intriganti proposte che possano arrivare il più lontano possibile. Insomma dobbiamo saper valorizzare le nostre
culture, le nostre molte potenzialità e qualità come spazio dove s’incontrano la sostanziosa eredità del passato e l’avvincente richiamo della modernità”. Nel suo intervento il sindaco di Lavizzara Gabriele Dazio ha ricordato la costernazione e l’incredulità del primo momento: “In quel lontano 1986 ero poco più di un bambino, frequentavo la scuola a Fusio. Quella mattina i miei genitori mi raccontarono quanto accaduto a Mogno; il villaggio era stato in buona parte devastato da una valanga di dimensioni
mai viste”. Ha rievocato il polverone sollevato dopo la presentazione del progetto Botta. “Dopo  parecchi, troppi, anni di discussioni, la costruzione ebbe inizio. Ero oramai cresciuto, ma di quanto si stava edificando, e questo lo dico molto sinceramente, difficilmente riuscivo a comprendere la necessità di realizzare una vera e propria opera d’arte, per ricordare e onorare una piccola e umile
chiesetta, costruita da povera gente nella prima metà del 1600. Vent’anni fa, il giorno della sua consacrazione non ero in questa piazza, ero lassù, fra le mie adorate cime a cercare di capire, di meglio comprendere quanto d’innovativo e di religioso si stava celebrando sul fondovalle. Ora, ero perfettamente cosciente che sarebbe stata consegnata fra le braccia di Dio un’opera d’arte di  grandissima importanza, e che sarebbe diventata parte integrante del nostro territorio, d’estate,  d’inverno, per sempre…”. Dopo la “voce” di chi ha vissuto da vicino gli eventi (essendo cittadini di Fusio), diamo la parola agli ospiti convenuti a Mogno. “C’è da auspicare davvero che questo edificio, frutto di tanto amore, tanta passione e tanta perseveranza di chi ne ha sostenuto e realizzato il  progetto, continui a essere un richiamo forte ed efficace all’Essenziale, che ci precede sempre, ci viene  incontro, ci chiama e ci raduna, ci unisce in quel legame di comunione che niente e nessuno potrà mai spezzare”, ha detto il Vescovo mons. Valerio Lazzeri durante la Messa (condecorata dal Coro della Radiotelevisione svizzera, diretto da Diego Fasolis). Il microfono è quindi passato ai politici che hanno testimoniato l’importanza del momento. “Mogno è diventata l’espressione della determinazione, del  coraggio e della generosità di tanti. È la manifestazione della capacità di reazione di una comunità che è stata più forte della valanga stessa”, ha evidenziato il presidente del Governo ticinese Paolo Beltraminelli. Gli ha fatto seguito il collega on. Christian Vitta: “Questa è una chiesa del futuro, costruita nel cuore di un villaggio del passato dove l’attaccamento alle origini è molto forte, quindi non poteva non far parlare di sé”. In alta Lavizzara, dove è stata notata la presenza di vari esponenti di  “peso” della politica ticinese e nazionale (fra questi l’ex presidente della Confederazione Flavio Cotti,
il Consigliere nazionale Ignazio Cassis e l’ex Consigliera di Stato Marina Masoni) c’era anche il  Consigliere federale Alain Berset. “Questa è una chiesa apprezzata in tutto il mondo e persino dalla gente locale…” ha detto argutamente Berset, aggiungendo, “il coraggio di osare è stato molto forte ed è sfociato in un consenso che al momento delle polemiche non si osava sperare”. Sull’importanza della motivazione iniziale si è soffermato l’arch. Mario Botta: “Vogliamo ricostruire una chiesa perché lì c’era una chiesa” è stata questa l’esortazione del mandante. “Per l’architetto la motivazione è un input forte. L’inizio trova il seme, possiede già tutto. L’inizio crea la risposta alla domanda”.