Incontri

Anno 42 - N. 4

Mireille Ben

Giorgio Passera

Mireille Ben, francese di nascita, ticinese d’adozione è un personaggio particolare nel panorama della nostra musica, un’artista che ha sempre abbinato la pratica della musica alla ricerca. Curiosa, interessata, sempre rivolta al futuro, da qualche anno coniuga l’attività sul campo all’organizzazione di concerti. Ricordiamo in particolare le quattro edizioni di un festival che si sta affermando nella Svizzera italiana
per coerenza e valore delle sue proposte: Slow music, che si tiene quest’anno nei mesi di luglio e di agosto
a Bellinzona. (ultime date 27 e 31 agosto). Una vita ed una carriera nel segno della coerenza e della continua ricerca e valorizzazione del patrimonio musicale popolare europeo, con un occhio particolare anche il nostro patrimonio regionale.

Chi è Mireille Ben in due righe?
“Una persona che non ama essere presa in giro. Da piccola, a scuola il programma musicale comprendeva
10 canzoni popolari, ma non erano mai complete. È come raccontare una storia e terminare con una ricetta culinaria. Da lì ho sempre amato la precisione”.

Lei ha vissuto le sue prime esperienze artistiche a Parigi, in anni di grande fermento e novità. Che cosa ricorda di quel periodo e come ha cominciato a muoversi nel mondo della musica?
“Nel 1965 mio fratello maggiore ascoltava musica all’American Center for Students and Artists di Parigi,
dove ogni settimana si teneva lo Hootenanny sotto la guida del filosofo e cantante Lionnel Rocheman. Nel
1969, assieme ad altri musicisti francesi, si decide di aprire un folk club tutto francese per salvare la musica popolare. Lo chiamarono Le Bourdon (nota fissa di base per cantare o suonare). Nessuno poteva cantare in un’altra lingua che il francese, salvo il bretone Alan Stivell, il vietnamita Tran Quan Hai e l’inglese John Wright. Questa linea continuò per tre anni sullo stesso modello dello Hootenanny.
Come tanti altri ho cominciato lì a cantare da sola. Dopo tre anni, ho voluto approfondire il ballo
popolare in quanto si suonava di tutto, ma pochi avevano l’idea delle danze che esistevano. I bretoni, che non avevano mai smesso di ballare, cantare e suonare servirono di esempio per tutta la Francia. Nel 1972 ‘le Bourdon’ decide di organizzare un festival tutto particolare in quanto erano mescolati giovani musicisti e vecchi suonatori tradizionali francesi e inglesi. Per l’occasione ci siamo trasferiti
in un piccolo villaggio di 500 abitanti del centro Francia (Vesdun). Fu subito un grande successo”.

Semplificando un po’ le cose possiamo dividere la sua carriera in un periodo pre Lyonesse e in un periodo post Lyonesse: come è arrivata a dare vita ad un gruppo che è ancora ben vivo nella memoria di molte persone che amano la musica folk? Quali esperienze hanno portato alla nascita di questo ensemble?
“Dopo il festival di Vesdun, il trio bretone Lazar Skeduz (lucertole verdi) mi chiese di accompagnarli in
una tournée in Francia e Belgio in quanto essi non cantavano. Il trio era formato da Job Philippe al biniou coz (cornamusa tipica della Bretagna) e André Thomas (bombarde e oboe). Gérard Lavigne invece suonava la chitarra e il basso elettrici. All’epoca era l’unico gruppo con strumenti elettrici. Vincevano tutti i concorsi di musica bretone. Nei festou noz (feste serali) nessuno rimaneva seduto
quando iniziavano a suonare. Era come un richiamo obbligatorio. Non avevo mai visto una cosa simile, più nessuno al bar, tutti a ballare.
Da parte mia, continuavo a cantare la musica del centro Francia e facevo, come tanti, delle ricerche sul campo. Stavo diversi giorni dalle persone per imparare le canzoni in quanto non avevo il registratore. Piano piano il gruppo prese più importanza, ma avevo già un bel repertorio.
Facevamo le prove da Gérard Lhomme che diventò il nostro tecnico suono e autista. Suonava il dulcimer e la chitarra. Era anche il tecnico di Alan Stivell che provava nel nostro locale. Puoi si aggiunse il cantante inglese Trevor Crozier grande conoscitore della musica rinascimentale con un
repertorio incredibile di canzoni tradizionali. Suonava l’armonica a bocca e il pandora (strumento a corde). Il repertorio era diviso in tre parti: canzoni e musiche da ballo bretoni, canzoni del Berri che mi piacevano tanto e canzoni inglesi. L’ultimo ad aggiungersi con il violino e la tastiera era Pietro Bianchi arrivato dalla Svizzera grazie ad un amico comune inglese. Trevor ci consigliò di trovare un nome facile da pronunciare sia in inglese sia in francese in quanto avevamo tanti contatti con l’isola britannica.
Così abbiamo scelto il nome di Lyonesse, terra di Tristano sommersa dalle acque. Il fatto di usare degli
strumenti elettrici ci ha permesso di suonare ovunque, in una epoca molto rock & roll era una cosa impensabile. I giovani erano curiosi di scoprire questa musica che non era rock, ma che raccontava delle storie che capivano con un suono quasi rock. Gérard Lavigne era un vero rocker apprezzato dai giovani. Era una situazione molto delicata in quanto i ‘neo tradizionali’ volevano solo musica acustica. Era più facile con i rocker, apprezzavano e basta. È successo di ricevere sul palco delle banane o pomodori perché osavamo suonare la musica antica con degli strumenti moderni. Ho risolto il problema spiegando che, se all’epoca di Tristano ci fosse stata la corrente elettrica la musica
sarebbe stata quella e, siccome l’isola era scomparsa, nessuno poteva dirci cosa e come suonarla. Ma
bisogna dire che con i nostri bretoni andavamo tranquilli, erano i nostri pilastri ed eravamo accettati dai bretoni e dagli inglesi che avevano superato questo problema da tanto tempo. Non si faceva musica per essere famosi, ma solo perché la sentivamo, perché era un piacere vedere le persone felici di ballare. Se sei sincero il pubblico lo sente e ti segue. Era un’epoca senza manager, senza agenzie per questa musica, tutto era permesso e possibile. Era il tempo della creazione. Si suonava ovunque, il sabato si ballava tutta la notte al suono di strumenti come bombarde, biniou, ghironda, organetto. Eravamo tutti amici, niente ‘vedette’ principale.
Se pensi che il primo concerto parigino come Lyonesse fu organizzato dall’Università Jussieu nel  novembre 1973 dove dividevamo il palco con Ben, mio fratello maggiore e Malicorne, per il quale era il primo concerto pubblico in assoluto.
La nostra fortuna è stata di essere stati invitati all’estero. Abbiamo suonato a Milano e in Ticino. Da lì tutto è andato veloce. Dopo un concerto memorabile a Trevano dove il pubblico non ci lasciava andare a casa, abbiamo conosciuto il produttore della casa discografica di Mina (PDU) che ci ha offerto di registrare il nostro primo LP Lyonesse nella basilica di Milano trasformata in studio di registrazione.
L’Italia si è innamorata di noi e abbiamo suonato ovunque”.

I Lyonesse rappresentarono per lei e per i suoi compagni di avventura la consacrazione, il successo internazionale. Musica particolare, strumenti decisamente inusuali, tradizioni, ricerca, scoperte. Un’esperienza davvero unica, ricca, che sapeva coniugare la serietà della proposta alla piacevolezza dell’esecuzione.
“Abbiamo iniziato con il pubblico inglese, da Parigi era facile andare a Londra dove c’erano tutte le novità del folk. Gli inglesi sono meno complicati di noi, tutti suonavano con tutti anche se alcuni avevano il gruppo proprio. Quando siamo arrivati in Italia, i nostri concerti erano come delle conferenze in quanto prendevamo tempo sul palco per spiegare i testi, le musiche, le tradizioni… mi
ricordo la lettera di un organizzatore che affermava: ‘la forza della vostra musica è la semplicità’. In Italia non suonavamo strumenti elettrici, e forse questo ci ha permesso di essere ancora più vicini al pubblico. Avevamo degli strumenti tradizionali come la bombarde, il biniou, il dulcimer…dopo i  concerti il pubblico chiedeva informazioni sugli strumenti, era curioso di vedere come funzionava una
ghironda. Eravamo completamente a disposizione di esso.
Nel 1976, dopo la registrazione di Tristan de Lyonesse, il produttore ci propone di andare a suonare all’ultima edizione del festival di Parco Lambro. In un gruppo prima di noi un musicista suonava la bombarde. André Thomas offeso che lo strumento della sua tradizione fosse suonato cosi è salito sul palco ben determinato a ‘dare una lezione di bombarde’. Da quel giorno abbiamo lavorato per almeno dieci anni in Italia.
Suonavamo e parlavamo sempre della danza e nel 1978 abbiamo tenuto palco per dieci giorni al Teatro Verdi di Milano. Mia sorella ci accompagnava con il violino e ne abbiamo approfittato per mostrare una danza del centro Francia. Oggi in Italia ci sono migliaia di persone che ballano e suonano la musica francese. Si sono creati diversi festival di danze”.

Il lavoro del gruppo, assieme ad altre esperienze internazionali che si registravano in Europa in quegli anni (pensiamo solo ad Alan Stivell oppure alla Nuova Compagnia di Canto Popolare) anticipava in qualche modo la World Music degli anni ’80-’90?
“Le case discografiche devono sempre dare un’etichetta alle novità per vendere. All’epoca eravamo i musicisti del folk, che in fondo non vuole dire niente, visto che, tradotto dall’inglese, significa gente. Facevamo la musica della gente. Verso la fine degli anni settanta, il pubblico cercava un altro suono. La musica acustica piaceva meno, i festival cercavano dei gruppi con batteria, tastiera… bisognava trovare una soluzione. I musicisti cominciarono a amplificare i loro strumenti per poter anche suonare nei festival rock, jazz ecc. le case discografiche inventarono un’altra etichetta la World Music, che non non significa nient’altro che musica del mondo (quindi del popolo, ma più allargata). Per noi era il contrario: più amplificazione c’era meno strumenti elettrici utilizzavamo. Eravamo diventati completamente acustici. Era l’ideale per suonare in tutti posti: giardino, bar, spiaggia, montagna,
niente ci fermava. Senza elettricità arrivi ovunque. Eravamo sempre pronti.
Alan Stivell o la Compagnia di Canto Popolare erano molto importanti per l’epoca. Stivell ha svegliato i bretoni che tutt’ora sono sempre i primi a proporre delle novità. La Compagnia ha stimolato gli italiani a non più aver vergogna del passato, della povertà…”.

Che cos’è la musica popolare? In ambito italiano è difficile da definire, in altre lingue e culture si è più precisi.
“In francese facciamo la differenza. Abbiamo due classificazioni: la musica leggera o musica popolare, quella conosciuta che si canta ad ogni occasione, penso a La vie en rose, Les feuilles mortes o musiche da film d’anteguerra che arrivano al massimo ai primi anni del ’900. Poi la musica tradizionale o folkloristica che in Italiano viene chiamata musica popolare. In Francia, spesso la chiamiamo archeologica, bisogna ‘grattare’ la memoria delle persone per scoprirla.
Alcuni gruppi folcloristici hanno contribuito a distruggere la musica tradizionale in quanto presentavano dei costumi falsi, delle danze inventate a tavolino.
Questi ultimi cinquanta anni pochi gruppi folkloristici hanno fatto una ricerca approfondita: i Thiaulins de Lignières (Berri), e La Chavannée (Bourbonnais). I responsabili dei gruppi facevano ricerche etnografiche sul campo. In Francia c’è una grande tradizione di ricercatori sulla musica e le danze tradizionali come Jean-Michel Guilcher per la Bretagna”.

Il dopo Lyonesse: la musica continua. Mireille Ben organizzatrice di concerti… e non solo.
“Dopo Lyonesse, ho cambiato completamente repertorio. Sono entrata a fare parte del gruppo bergamasco Bandalpina nato per animare i paesi di montagna i mesi d’estate. Ho girato con essi per quindici anni, e già all’epoca m’impegnavo a trovare i luoghi dove suonare. Abbiamo girato in Italia, Svizzera, Francia, Belgio sia per feste di paese che per grossi festival come Saint-Chartier in Francia,
Gooik in Belgio o Salisburgo in Austria. Il repertorio era sempre popolare, ma italiano. Il mio ruolo era
coinvolgere la gente a ballare. L’accoglienza è molto importante per me. Se invito delle persone a casa devono sentirsi al loro agio. Allo stesso momento voglio partecipare alla festa. Quindi tutto deve essere preparato in anticipo. Solo così puoi occuparti di tuoi ospiti. Poi ho girato con ‘Magam’ un gruppo bergamasco con il quale abbiamo fatto una ricerca sul canto natalizio. Con il regista Pierre Beccu
abbiamo creato lo spettacolo ‘MusicAlpina’ con dei musicisti della Savoia, della Val d’Aosta e del Piemonte. Da lì è nata La Grande Orchestra delle Alpi (settanta musicisti) sempre con strumenti popolari e musicisti di tutto l’arco alpino dalla Savoia alla Slovenia. Dal 1998 ho un gruppo che porta il mio nome con il quale suoniamo unicamente musica del centro Francia, Auvergne, Bourbonnais,
Berri, e da alcuni anni con la fisarmonicista bielorussa Natalya Chesnova abbiamo uno spettacolo sul
Cabaret du Chat Noir di Montmartre. Ma mi piace anche fare ricerche sul campo: risvegliare la memoria delle persone, incoraggiarle a essere fiere di quello che sono. Mi ricordo il primo impatto con il Ticino dove le persone avevano vergogna del loro passato. Non volevano cantare canzoni vecchie. Spesso si fermavano agli anni ’20-’30. Poi arrivava tutto il repertorio religioso. Siccome sono testarda e per fortuna avevo già esperienza, riuscivo a fare ricordare canzoni più antiche che si cantavano anche in altri Paesi come la Francia o l’Inghilterra.
Piano piano diminuisco i concerti e mi consacro ad organizzare delle serate per i musicisti che meritano di essere conosciuti dal pubblico ticinese”.

Una definizione di slow music: conta anche il dove e non solo il cosa.
“Permettere ad un musicista di dare il meglio di sé, non è complicato. Si trova dapprima un bel luogo. A Bellinzona sono fortunata, non ho bisogno di cercare tanto. Abbiamo la corte del municipio che si presta per diversi aspetti: l’architettura che offre una scenografia notturna magnifica, l’acustica
è splendida, il pubblico molto generoso. Tutti questi parametri fanno della corte la sala da concerti ideale. L’accoglienza è molto importante. L’albergo, il ristorante, la tecnica sono fondamentali. A volte i musicisti si trovano in situazioni non simpatiche. Spesso arrivano da lontano, stanchi, stressati. Tocca all’organizzatore far dimenticar loro i problemi di aerei, di sciopero dei treni, di coda alla dogana…. Quando tutti questi parametri sono presenti, il musicista diventa generoso. Il festival Slow Music è nato proprio per questo: fare conoscere al pubblico ticinese artisti indipendenti di grande talento”.

Presente e futuro: la musica folk riesce a sopravvivere nell’era di Internet e dell’elettronica?
“La musica folk stranamente è riuscita a passare gli anni ’80/’90 (i più difficili). In Francia, grazie al libro di George Sand Les Maîtres Sonneurs, la musica popolare si è salvata. Saint-Chartier, paese di 500 anime, proponeva un festival di musica popolare nel quale i gruppi invitati dovevano suonare obbligatoriamente la cornamusa e la ghironda. Poi hanno creato un concorso di strumenti, appunto
Les Maîtres Sonneurs, e ogni anno i liutai erano invitati a presentare le loro produzioni. Era un mercato di strumenti popolari. Poi hanno aggiunto la danza. Dopo quasi quarant’anni di festival conosciuto in tutta Europa, migliaia di musicisti, ballerini, liutai sono nati e continuano la tradizione. Un grande festival di danza è nato, si è allargato fino in Piemonte. I musicisti sono riusciti a proporre
nei conservatori francesi k’idea di imparare la musica e uno strumento popolare. Se negli anni ‘90 ero
preoccupata, oggi tanta gente ritorna agli incontri più semplici e divertenti. Ho potuto vederlo nel festival di Slow Music dove un gruppo invitato è riuscito a fare ballare alcune persone, cosa impossibile cinque anni fa. Noi abbiamo dovuto inventare tutto, il repertorio, creare strumenti nuovi, fare le ricerche sul campo. Oggi i giovani hanno tutto pronto, vanno in conservatorio, hanno i cd, hanno il repertorio, hanno tutti i mezzi per suonare buona musica con una bella fantasia. Solo cosi la musica popolare può continuare ad esistere”.

Discografia
Vesdun prodisc LP (1972)
Folk festival de St Laurent ABM LP (1974)
Lyonesse PDU Pld A 5093 LP (1974)
Folk Pirate Expression spontanée LP (1975)
Lyonesse - Cantique PDU Pld A 6029 LP (1975)
Musique non écrite Expression spontanée LP (1976)
Tristan de Lyonesse PDU pld a 6062 LP (1976)
Celtics legends, the best of Lyonesse PDU Pld A 6075 LP (1976)
Lyonesse - Live in Milan PDU Pld A 7004 LP (1978)
Lyonesse - Ballade autoproduzione cassetta (1989)
Magam - Musiche per il Natale K7 (1990)
MusicAlpina CD (1995)
Anthologie de la chanson française trad Albin Michel EPM (1996)
Mireille Ben Ensemble - Lazur CD (2000)
Mireille Ben Ensemble - Miniature CD (2006)