Natura

Anno 42 - N. 2

Ranunculus: coraggioso ospite dei ghiacciai

di Chiara De Marta

“La primavera è arrivata e con lei spuntano ovunque fiori. Dopo i primi fiori come il bucaneve e i campanellini che sbocciano appena la neve si scioglie, le primule e i crocus che ornano le scarpate, ecco i ranuncoli e i botton d’oro a tappezzare d’oro i nostri prati”. È una pianta erbacea perenne della famiglia delle Ranuncolaceae con oltre 2500 specie, mentre il genere Ranunculus ne comprende oltre 400, originarie delle zone temperate e fredde del globo. Gli antichi ed eleganti ranuncoli provengono dall’Asia. In Turchia erano conosciuti come “fiori doppi di Tripoli”, mentre per lo scrittore e filosofo romano Apuleio era “erba scellerata” a causa della loro tossicità. Il nome del genere deriva da Batrachion, che significa rana, in quanto molte specie prediligono zone umide, ombrose e paludose, habitat naturale degli anfibi. Esistono anche specie acquatiche come la Caltha palustris (farferuggine), dai tanti piccoli bottoni giallo vivo e foglie a forma di cuore che in Ticino cresce in Valle Bedretto, Val Piora, Lucomagno e nei biotopi. Le Ranuncolaceae, tra le piante Angiosperme, fanno parte di una famiglia che possiede una struttura del fiore più primitiva. Il calice è composto da cinque sepali indipendenti e la corolla è formata da cinque petali gialli alla cui base si nasconde una cavità colma di nettare, facilmente raggiungibile dagli insetti pronubi, soprattutto api. Dopo la fecondazione il fiore appassisce e i petali cadono. Il frutto è composto da numerosi acheni che contengono ciascuno un piccolo seme che sarà trasportato lontano grazie a particolari uncini che si attaccano ai peli degli animali. Tutta la pianta è velenosa, in special modo il fiore, molto irritante per la cute, mentre sulla bocca possono provocare intenso dolore e bruciore alle mucose. Gli animali al pascolo la evitano, ma essiccata perde il suo influsso venefico. Nella “medicina della nonna” il ranuncolo veniva dapprima pestato e poi applicato per uso esterno nella cura delle verruche, dei porri e della sciatica. Tra i nostri prati e nelle vicinanze di siepi fino a circa 1600 metri, da aprile a settembre, troviamo il Ranunculus acris, o ranuncolo comune, ricco di fiori giallo-dorati con numerosi stami. Al momento dell’apertura del fiore le antere sono ripiegate verso l’interno, ma subito dopo, tramite una torsione, esse si proiettano verso l’esterno per scaricare il polline lontano evitando così l’autoimpollinazione. Il nome specifico deriva dal latino e significa acre o acerbo, ma anche tagliente o pungente, probabilmente riferendosi alle caratteristiche di questa piante. Nei nostri boschi troviamo il ranuncolo nemorosus, che significa “dei boschi” riferendosi al suo ambiente naturale. Il nome gli è stato dato dal botanico e micologo svizzero Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841). Tra le diverse specie ricordiamo il ranuncolo dei ghiacciai, specie perenne delle Alpi che cresce fino ai 3000 metri sui ghiaioni e le morene con piccoli fiorellini; il ranuncolo alpestris, comune nei pascoli sassosi e terreni calcarei con petali candidi; il ranuncolo flammula – delle passere – tipico dei luoghi umidi; il ranuncolo ficaria (favagello) dalle foglie con piccole macchie rosse e fiori solitari su lunghi peduncoli che predilige luoghi freschi quali boschi, campi e scarpate; il ranuncolo bulbosus dalle foglie pelose e macchiate di bianco e il ranuncolo trichophyllus (d’acqua) che cresce negli stagni e nei fiumi a lento corso con le foglie sommerse e dai piccoli fiori solitari bianchi.

Trollius europaeus: un Bottone d’oro per il vestito dei prati

È uno dei ranuncoli più sgargianti, che con la sua vistosa fioritura gialla abbellisce la primavera nei prati umidi, da maggio a ottobre. Il genere Trollius comprende una trentina di specie e il nome deriva dal tedesco antico troll, globoso, riferendosi alla forma a palloncino del fiore. Denominazione usata già nel XVI secolo dal naturalista svizzero Conrad Gessner che descrive questo fiore incontrato durante l’ascensione al monte Pilatus. Un’altra fonte lo indica come una divinità maligna nordica, alludendo alla velenosità della pianta, mentre il nome italiano “botton d’oro” riporta alla caratteristica forma del fiore. Comunemente è chiamato anche luparia, vulparia, paparia, ranuncolo doppio o ranuncolo di montagna. È pianta erbacea perenne delle regioni montane e predilige un suolo argilloso e ricco di humus vegetando nei prati umidi e acquitrinosi dove forma vaste colonie. Alto fino a 60 cm, ha un fusto eretto e robusto dalle foglie basali picciolate, divise in segmenti profondamente seghettati di colore verde-scuro nella pagina superiore, più chiaro in quella inferiore. I fiori giallo-dorato con sfumature verdastre, in genere solitari all’apice dello stelo fiorale, contano circa quindici sepali ricurvi sino a formare un globo, nel cui interno la corolla è formata da petali ridotti a esili linguette. Per via della bellezza dei suoi fiori, in passato ha rischiato l’estinzione. Ora è protetto. La coltivazione in Italia di queste piante è documentata da oltre 500 anni. Infatti Padre Agostino del Ricco ci informa che nel 1592 nei giardini fiorentini si coltivavano “ranuncoli di più sorti”. Strani miti sono legati alle proprietà medicamentose di questa pianta. Infatti in passato si sosteneva che le sue radici, schiacciate nel sale, curassero la peste, provocando vesciche che facevano uscire il male, oppure che i fiori portati in un sacchetto al collo avrebbero guarito dalla pazzia. Il sostantivo ranuncolo significa bellezza e malinconica.