Lugano e dintorni

Anno 42 - N. 2

Bioggio vissuto nell’archeologia e nella storia

di Aldo Morosoli

Un prezioso e importante trascorso da valorizzare è il tema che il dinamico Comune si è imposto aderendo alla proposta “quale sito elvetico del mese” fatta dalla ArchaeoConcept di Bienne che cura il passato della Svizzera nel corso delle stagioni. Da qui è iniziato un excursus archeologico di notevole ampiezza e significato storico, presentato nel corso di tre giornate lo scorso marzo. Alla nascita di questa ricchezza sta il percorso e l’assieme geografico che coinvolge la regione. Giungendo da Lugano lo sguardo si posa nell’immediato e incontra il villaggio che sorge sul lato destro del fiume adagiato sopra il conoide di deizione formato dal torrente Riana. Lungo il fondovalle il Vedeggio taglia la grande campagna e scorre verso la foce di Agno e sul Ceresio. Un territorio altresì attraversato dalla strada cantonale che da Ponte Tresa sale al passo del Ceneri e scende a nord. Cammino definito allora “Strada Regina” o “Francesca” (Sud-Nord), che continuava dirigendosi al San Bernardino e al Lucomagno. Una via diretta, usata dai Romani e dai mercantieri di bestiame. Importante e oltremodo frequentata sin dall’età del ferro.

La Bioggio romana (I-V secolo d.C.)

Nel corso del XX secolo avvennero dei rinvenimenti di testimonianze che si rivelarono preziosi e importanti. Nel 1962 nell’area accanto al camposanto – collocato a monte dell’attuale chiesa di San Maurizio – durante gli scavi per lo stesso, vennero alla luce strutture murarie che ipotizzarono la presenza di una villa rustica romana1). Lo storico Mario Fransioli si premurò di salvare frammenti di tubuli, mattoni tondi e quindici monete di bronzo – epoca 147-248 d.C. – oltre a diversi altri oggetti, tra i quali un recipiente in bronzo e un’anfora siglata APICI, una sigla che ricorre spesso su anfore del settentrione d’Italia. Quindi, sempre durante gli scavi per realizzazioni edilizie degli anni Novanta dello scorso secolo, nel sedime oggi occupato dalla palestra, e sempre a nord-ovest dell’attuale chiesa, il ritrovamento completo di una struttura del II secolo d.C.2). Tra i locali della stessa spicca l’impianto per un “calidarium” (10 x 2.80 m) di cui sono stati individuati “in situ” alcuni elementi del sistema di riscaldamento. All’interno di questo locale, che termina a nord con un’abside semicircolare è stata letta la posizione del “praefurnium”, ossia il focolare inserito in un’apertura ricavata lungo la parete occidentale attraverso la quale il fuoco veniva alimentato dalla legna. L’aria calda prodotta si spandeva nell’ipocausto coperto dal pavimento sospeso che poggiava su un gran numero di pilastrini di sostegno a forma cilindrica. All’interno di questo spazio è stato fortunatamente ricuperato parecchio materiale archeologico del quale si è fatto cenno più sopra. Il complesso, realizzato nella seconda metà del II secolo d.C. fu utilizzato fino al IV o V secolo ed è stato dagli archeologi interpretato come “una villa con magazzino a costituire un piccolo fondaco in capo ad un ramo del Ceresio”3). Il discorso potrebbe essere assai lungo, specie se ci si sofferma sul materiale allora ricuperato dal Fransioli. Oggi il tutto è stato coperto con la costruzione della palestra. Sul piazzale soprastante a scopo di memoria sono state posate in facsimile le basi cilindriche e segnati con un camminamento in pietra i relativi perimetri della villa.

Il piccolo tempietto

L’occupazione dell’area di Bioggio è stata evidenziata da un altro importante ritrovamento, identificato nel podio di un tempietto prostilo con area culturale antistante. La scoperta fu sensazionale. In merito all’iscrizione su un’ara votiva trovata davanti al tempietto, in connessione con Giove Ottimo Massimo Nennico (interpretazione di una divinità celtica) viene menzionata una “urna cum sortibus”, cioè un recipiente con delle tessere iscritte che era fissato sulla stessa base votiva. Si deduce che il tutto fosse luogo di pellegrinaggio con oracolo, bagni e un piccolo ostello. Pure l’uso dei materiali impiegati nella costruzione suscitò parecchi interrogativi. In parte reperibili localmente o nella regione subalpina. I capitelli erano ricavati da blocchi provenienti dalle vicine cave di Musso (lago di Como). I due manufatti di pregio furono invece lavorati nel marmo proconnesio e giungono dall’isola di Marmara (Turchia). Sono capitelli di ordine corinzio assai ben scolpiti. Pur essendo leggibili nelle strutture, i secoli hanno in parte scancellato la bellezza dell’intero disegno. Attualmente del tempietto è rimasto ben poco. All’entrata del sotterraneo che ospita le fondamenta del sito archeologico dell’antico San Maurizio, sul lato destro sono stati collocati il capitello, le colonne in marmo bianco, resti dell’architrave, del fregio e della cornice. Il tutto è suffragato da un intelligente pannello che ne disegna e ne racconta la storia. L’intenzione dei responsabili del Comune e dell’Ufficio cantonale dei beni culturali è quello di ricostruirlo e ricordarlo nel luogo dove è stato ritrovato, e meglio nel posteggio-auto sotterraneo. A nord dello stesso ancora esiste un muro che ne delimita il collocamento.

La primitiva chiesa

Entrando nell’ampio sito archeologico coperto, che sta a sud del sagrato, il vasto sotterraneo propone i resti della primitiva chiesa. Lo sforzo tecnico e finanziario per la conservazione dell’intera struttura è stato assai coraggioso, altrettanto propositivo e oggi pagante. Gli scavi archeologici condotti tra il 1997 e il ’98 hanno permesso di documentare le varie fasi della costruzione avvenuta in diverse epoche. Un grande pannello esplicativo propone l’evoluzione della struttura con l’aiuto delle colorazioni. In tal modo – sul pannello disegnato in rosso – si legge il perimetro della primitiva chiesa, della quale nel sotterraneo troviamo le fondamenta. Era un’aula a forma rettangolare risalente al V secolo alla quale fu aggiunta un’absidiola semicircolare con al centro della stessa i resti di un piccolo altare realizzato in mattoni. A lato alcune tombe rettangolari. Quindi, seguendo i secoli, il disegno si completa con nuovi tracciati e colori che permettono di conoscere la progressione e l’evoluzione dell’edificio. Soffermarsi accanto a queste fondamenta dove le pietre e la malta raccontano una storia secolare è momento emozionante. Le varie epoche sono documentate visivamente e con una serie di pannelli che presentano lo sviluppo nel corso dell’epoca paleocristiana, dell’alto medioevo, del tardo rinascimento, del romanico e dell’era moderna. È una descrizione che aiuta a comprendere la realizzazione delle nuova chiesa romanica a navata unica (XI secolo) con l’allora coro affrescato e dotata a settentrione della torre campanaria. Sul resto di un intonaco della prima epoca sta il disegno di un pavone, simbolo a rammentare il bestiario, allora opera didattica e religiosa dell’attività romanica. Il percorso nel sotterraneo è stato – in occasione delle visite – guidato e descritto oralmente dalla dottoressa Rossana Cardani che dirige l’Ufficio cantonale dei beni culturali. Per i presenti si è trattato di una notevole lezione di storia e soprattutto di archeologia. Un dire che si è soffermato accanto ai vari pannelli esplicativi con le immagini di fibbie, fusaiole biconiche, placche ornamentali e monete, tutto materiale raccolto nel corso dei lavori e oggi depositato negli archivi cantonali di Bellinzona.

Le chiese di S. Maurizio, S. Ilario e la torre

A completazione del notevole patrimonio menzionato, l’itinerario storico annovera la conoscenza dell’attuale chiesa, esempio del primo neoclassicismo nel Ticino. Sorta dopo il 1773 su disegno dell’architetto locale Gerolamo Grossi, fu consacrata nel 1791. L’edificio è a croce greca con il coro semicircolare posto a nord. L’assieme è stato realizzato a pianta ottagonale con due cappelle voltate a botte. È tempio assai ampio con un interessante cornicione perimetrico sorretto da pilastri in stile corinzio e decorato con stucchi neoclassici per mano di Giovanni Battista Staffieri, Giovanni Soldati, Pietro Grossi e Andrea Rossi, tutti di Bioggio. Pregevoli gli stucchi posti nella cappella battesimale, opera di Gerolamo Staffieri (1785-1837). Nella cupola centrale sono visibili notevoli affreschi attribuiti a Giuseppe Reina di Savosa (1759-1836). Il coro è delimitato da una balaustra opera del tardo barocco che protegge l’altare principale, il tutto in marmo policromo. La pala che sta sopra l’altare raffigura il martirio di San Maurizio e ai lati le pareti sono arricchite da un affresco che descrive l’Assunzione della Vergine eseguito dal Barzaghi nel 1865 e da una tela con l’Immacolata, opera di Emilio Maccagni nel 19334). Sul lato sinistro si trova la cappella con una pala d’altare di notevole fattura. Rappresenta la Madonna in trono con Bambino tra i santi Benedetto, Mauro, Caterina d’Alessandria e Giustina. È tela cinquecentesca preziosa il cui linguaggio figurativo si accosta al Rinascimento lombardo, attribuita a Simone Peterzano (1540-1596). Opera di alto valore e richiamo. Sul lato opposto, a destra, sopra un bell’altare in marmo con lo stemma del conte Bernardo Rusca (1731-1793) sta una grande tela raffigurante la Crocifissione attribuita alla scuola del caronese Petrini (1677-1759)5). All’esterno l’edificio si presenta con una notevole facciata, articolata in due ordini di lesene corinzie, con stucchi interessanti sulle quali è disposto il frontone triangolare. Sopra il portale d’ingresso lunettato, si legge l’affresco con San Maurizio a cavallo, opera dell’artista Fausto Bernasconi (1886-1930). La torre campanaria seicentesca si erge frontalmente alla chiesa. Discosta dalla stessa, compone una caratteristica con il sagrato e la bella piazza circostante. Il campanile era parte integrante della primitiva chiesa. Rinnovato, porta sulla cella campanaria 4 campane e presenta sulla cupola un coronamento ottagonale.

Sant’Ilario e la torre del Cuccarello

È una ricchezza storica e d’arte il piccolo oratorio dedicato a Sant’Ilario che si erge sul colle in posizione panoramica a monte del paese. Edificio di origine altomedievale è parte della storia religiosa della regione già a datare dall’VIII secolo. Subì importanti aggiunte nel 1650, poi nel 1683 con l’inserimento delle volte eseguite a crociera, la costruzione della cappella Staffieri, la posa dell’altare e l’aggiunga dell’ampio porticato in stile toscano che precede la rustica facciata. Un susseguirsi di interventi eseguiti fino al 1989. L’interno dell’edificio è impreziosito da un monumentale altare di elevata fattura. Quattro colonne tortili sorreggono una preziosa edicola in stucco con al centro Dio Padre affiancato da angeli. È opera di grande pregio, avvalorata da un intelligente restauro. La pala centrale raffigura la Vergine con Bambino venerata da S. Ilario e S. Sebastiano. Lateralmente stanno le due statue di S. Ilario e S. Martino di Tours in grandezza naturale. Bello il paliotto d’altare in scagliola eseguito a fine secolo da Gianni Loreto. Sui due lati dell’altare sono visibili quattro grandi tele databili nel Settecento e attribuite alla scuola di Giuseppe Antonio Petrini. A completare l’arcata del grande altare, su entrambi i lati due grandi affreschi seicenteschi con l’Adorazione dei Magi e la Crocifissione databili nel 1564. Entrando a sinistra si nota la cappella della Beata Vergine, che appartiene alla famiglia Staffieri, il cui stemma è posto sull’arco centrale. L’altare presenta un affresco con Madonna e Bambino, di origine tardo quattrocentesca. Assai belli quelli sul tondo del soffitto e sulle pareti laterali con lo Sposalizio della Vergine e la Natività6).

Sul colle opposto a S. Ilario, al culmine di un vigneto, si erge la torre chiamata del Cuccarello. Costruzione svettante che si scorge da molti punti della regione. Non si hanno notizie precise sull’origine. Le ricerche portano alla supposizione che servisse quale torre d’avvistamento. Indubbiamente sono suffragate dalla posizione scelta dai costruttori. Altra ipotesi la definisce quale roccolo usato anticamente per la cattura degli uccelli di passata. Pure il nome è particolare e definisce il sottostante nucleo di abitazioni. Resta comunque valida l’intenzione del Comune di salvaguardarla e valorizzarla.

Dell’impegno ammirevole del Comune si è fatto portavoce il dinamico sindaco Marco Bernasconi che con il responsabile dell’UT Domenico Lungo ha presentato i principali beni storici e archeologici dei quali Bioggio va fiero.

1) Moira Morinini, L’area sacra di Bioggio, NAC n. XXXIV, 2005. 2) Idem. 3) Idem. 4) Guida ai monumenti svizzeri SSAS, Bioggio, 2008. 5) Patricia Cavadini-Bielander, Bioggio, 2008. 6) Vedi l’articolo Il sereno racconto della Natività su Terra ticinese, Dicembre 2014.