Storie e tradizioni

Anno 42 - N. 1

Ticino, il fiume che diede il nome al Cantone

Graziano Tarilli

La voce dialettale Tesín (Tisín), oltre a indicare il fiume Ticino e il nostro Cantone, significa grosso corso d’acqua; tasín, tesígn, con le varianti locali e regionali, erano dunque termini usuali designanti il fiume per antonomasia. L’idronimo (nome di corso d’acqua o di lago) è ben attestato fin dall’antichità (Ticinus per i latini). Menzionato dal 1210 (e 1258, in un elenco di fitti e beni spettanti alla chiesa di Iragna), è il principale corso d’acqua del Cantone. Il nome Ticino per indicare dapprima i territori dei baliaggi, poi l’intero Cantone, fu dato dal generale francese Guillaume Brune nel 1798 e presentato pochi mesi più tardi da Conrad Escher all’Assemblea Elvetica. La denominazione venne ripresa nell’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte del 1803, anno dell’indipendenza ticinese.

Il fiume, la cui parte superiore attraversa il Sopraceneri, ha due sorgenti: la principale sul passo della Novena e la secondaria sul San Gottardo. I due rami si congiungono ad Airolo; le acque, a tratti impetuose e fragorose, percorrono poi la Leventina – da cui la denominazione Ticino di Leventina o fiume Biaschina – superando le gole di Stalvedro, del Piottino e della Biaschina. Con un fluire a tratti ampio e placido attraversa la valle Riviera, Bellinzona e il piano di Magadino, prima di sfociare nel lago Maggiore, di cui è nel contempo il principale immissario ed emissario. A Sesto Calende esce dalla sonnolenza lacustre e continua il suo viaggio in territorio italiano, dove supera delle chiuse, alimenta dei canali e attraversa il Parco del Ticino, polmone ecologico della Lombardia. A sud di Pavia (l’antica Ticinum) le acque confluiscono nel Po, per poi finire nell’Adriatico; si calcola che una goccia impieghi circa nove giorni e mezzo dalle sorgenti al mare! In totale misura circa 250 km, di cui 91 in territorio ticinese. Il bacino idrografico raccoglie la maggioranza delle acque del Cantone; gli affluenti principali sono il Brenno (denominato Ticino di Blenio, del quale ci occuperemo nel prossimo numero), la Moesa (che attraversa la Mesolcina) e la Morobbia (che scende dall’omonima valle).

Per il suo tratto torrentizio nella prima parte e il mutevole corso, il fiume, in territorio ticinese, non è mai stato navigabile, nonostante vari progetti a partire dal Cinquecento. Fino a quasi tutto l’Ottocento la sua natura capricciosa fu in conflitto con le attività umane, ritmando la vita degli abitanti della pianura alluvionale che si sviluppa da Giornico a Magadino. Questa landa ghiaiosa e paludosa, occupata da canneti, sterpaglie, dagli alvei del fiume e dei suoi affluenti, fu infestata dalla malaria (attestata dal XV secolo) e devastata a intervalli dalle inondazioni. L’utilizzo era quasi unicamente limitato al pascolo invernale e al taglio di poco fieno e delle canne (la lisca, citata negli ordini comunali di Lodrino quale salario dei consoli). La “buzza di Biasca” del 1515 – provocata dal cedimento del lago formato dalla frana del Monte Crenone, che ostruì il percorso del Brenno a sud di Malvaglia – spazzò con un’ondata di acqua e fango la valle del Ticino fino al lago, facendo numerose vittime, ingenti danni e modificando la morfologia del corso del fiume. A Bellinzona la piena trasportò sulla diga a nord del borgo grossi macigni e distrusse il ponte della Torretta, l’unico in pietra a meridione di Biasca che permetteva il passaggio sulla sponda destra in direzione di Locarno. Quest’opera di notevole valore – costruita dagli ingegneri di Ludovico Sforza detto il Moro nel 1487 – faceva parte del sistema difensivo che sbarrava l’intera valle: la medesima furia gettò a terra, ruppe il ponte di pietra del Tesino, come annotò il vescovo e storico comasco contemporaneo Paolo Giovio (Historie del suo tempo, libro 15, 1555, p. 439). Le frequenti alluvioni (rovinosa quella del 1868 che travolse i ripari tra Biasca e Claro; resistette il solo riparo tondo a monte di Bellinzona), gli straripamenti del Ticino e dei suoi affluenti – spesso causa di numerose vittime e ingenti danni – e il mutamento del tracciato, ostacolavano la valorizzazione dei terreni adiacenti (agricoltura e allevamento) e creavano zone paludose e insalubri (specialmente sul Piano di Magadino). Da documenti si apprende che nel 1589 il ramo principale del Ticino, da Cugnasco al lago, scorreva dove ora si trova la linea ferroviaria e sfociava assieme alla Verzasca. Dopo il 1711 si spostò sulla sinistra fino al Castellaccio nelle Bolle di Magadino. Tortuosi meandri e bracci secondari occupavano gran parte della pianura. Questi rami diedero origine a vari toponimi, quali Ramone (a Prato Carasso di Bellinzona) o Ramello (sito in territorio di Cadenazzo). La fluitazione del legname, fino alla prima metà del XIX secolo, provocava danni ai ripari, alle rive e sbocconcellava o asportava appezzamenti di terreno, ricavati con duro lavoro a scopo agricolo. Si pensi che nel 1769 un commerciante di legname di Pollegio fece trasportare dalle acque, in una sola volta, più di 22 mila capi di borre e borretti. La navigazione del legname nel percorso pianeggiante, da Bodio – dove finiva il tratto torrentizio dello scorrimento libero dei tronchi – era autorizzata solo se si formavano delle zattere di 18 capi ciascuna – le cosiddette ceppate – guidate da due uomini. La discesa sbandata fu già proibita nel Cinquecento e i tronchi che scendevano sparpagliati o privi di marca appartenevano a chi se ne appropriava. La via d’acqua del lago Maggiore, del fiume Ticino, dei navigli milanesi e del Po permetteva il trasporto verso la Lombardia di altri prodotti, quali il carbone di legna, la corteccia o le pelli per la concia.

Dai primitivi passaggi stesi quando il livello dell’acqua era basso ai ponti in legno, da quelli di sasso ai ponti in ferro, da quelli in cemento alle moderne passerelle d’acciaio, l’uomo ha sempre cercato un collegamento tra le due rive. Due bei ponti arcuati in pietra si trovano a Giornico, dove il fiume si separa per ricongiungersi poco dopo, creando così un’isola rocciosa, abitata, l’unica lungo il suo corso. Qui passava la vecchia strada che aggirava le gole della Biaschina e nei pressi si svolgevano diverse attività artigianali. Per attraversare il corso d’acqua erano in uso anche i traghetti (barchetti o navètt); si trovavano, per esempio, tra Lodrino e Cresciano, a Gorduno, Bellinzona, Montecarasso (dove i vicini dal 1506 ne detenevano il diritto) e nel paludoso territorio tra il “porto” di Contone e Cugnasco. Questi ultimi approdi acquisirono importanza dopo la distruzione del ponte della Torretta (ricostruito con dieci archi in pietra negli anni 1813-15 e provvisto di una grande arcata centrale in ferro nel 1901, smantellato nel 1969). Precise disposizioni, con tanto di tariffe, regolavano il servizio: nel 1852, a Cugnasco una persona pagava 5 centesimi per l’attraversamento. In genere funzionavano tramite una fune, fissata alle due sponde, sulla quale scorreva una carrucola ancorata alla barca; il barcaiolo la manovrava verso la sponda opposta con la forza delle braccia. L’ultimo navètt sul Ticino fu quello, privato, del Boion di Carasso – manovrato in un primo tempo con una pertica di castagno – in attività fino al 1968 tramite una gabbia aerea azionata da un argano a mano. Oggi rimangono alcuni toponimi a ricordarne i luoghi: Navisciöu a Lodrino; al Barcón sulla riva del fiume nel territorio di Osogna; a Cresciano il toponimo Nave.

Il corso d’acqua era un’importante fonte di sostentamento e guadagno: vi si trovavano diverse peschiere, fra cui quella di Cresciano – menzionata in un documento del 1342, affittata dal Comune di Biasca ad alcuni uomini di Lodrino – quella di Bellinzona, sfruttata nel Quattrocento dalla famiglia Rusconi di Giubiasco, o quella di Cugnasco, citata già nel 1550. Quando nel 1566 le comunità a monte del lago Maggiore acquistarono, per 1200 scudi d’oro, dai nobili locarnesi Orello il diritto di pesca con la nassa lungo il fiume, la sola Riviera dovette versare 270 scudi. Più tardi furono le comunità patriziali e le corporazioni a detenere i diritti di pesca. Oggi i pescatori praticano la loro attività come passatempo e gli abitanti hanno un rapporto meno diretto e quotidiano con l’acqua

I primi studi per verificare se la bonifica del Piano di Magadino fosse fattibile iniziarono con la carestia degli anni 1799-1801. La disastrosa alluvione del 1868 e l’apertura della linea ferroviaria Locarno-Bellinzona (1874) diedero un impulso decisivo alla costituzione di un consorzio e all’avvio, nel 1888, dei lavori di incanalamento e bonifica, i quali entrarono in una fase intensa solo a partire dagli anni Trenta del Novecento e furono praticamente conclusi durante la seconda guerra mondiale. Numerose sono le zone dove è ancora visibile il bosco golenale. Già nota dai secoli scorsi era la presenza di tracce di oro nelle alluvioni del fiume. Alle foci del Ticino e della Verzasca le acque stagnanti, i canneti, gli isolotti di sabbia e i boschi golenali (salici, pioppi, ontani bianchi) costituiscono il paesaggio delle Bolle di Magadino, dal 1982 area protetta internazionale. L’ambiente è nato dal continuo scambio fra terra e acqua: il fiume deposita materiale alluvionale e il lago invade periodicamente i terreni delle rive. È l’habitat privilegiato di uccelli, insetti, fiori e arbusti caratteristici delle zone umide e costituisce un’interessante realtà naturalistica.

Le acque del Ticino e di alcuni suoi affluenti sono sfruttate anche per la produzione di energia elettrica. La prima centrale fu quella della Piumogna, affluente che si immette a Faido, costruita nel 1889; quella di Bodio – la vecchia Biaschina – fu edificata a partire dal 1906 in vista dell’elettrificazione della ferrovia del Gottardo, poi utilizzata altrimenti. Durante la seconda guerra mondiale un progetto, che rimase tale, prevedeva lo sfruttamento delle acque del Ticino dalla foce della Moesa fino al Sasso di Carasso (il Boion). A seguito del boom economico del secondo dopoguerra seguirono diversi altri impianti: nel 2010 si contavano 14 centrali idroelettriche (sulle 27 complessive del Cantone) che producevano circa 750 megawatt, poco più della metà della produzione ticinese.

Bibliografia:

Dizionario Storico della Svizzera.

Lessico dialettale della Svizzera italiana. Io, il Fiume Ticino, DVD a cura di Paola Piffaretti, Centro didattico cantonale 2011.

Plinio Grossi, Vita di un fiume, Bellinzona 1986.

Renato Solari, La bonifica del Piano di Magadino, Bellinzona 1982.