Leventina

Anno 42 - N. 1

Giovani che guardano avanti

Tiziana Mona

Alcuni mesi fa un quotidiano ticinese titolava perentoriamente “Alp Transit svuoterà le Tre Valli”. Affermazione che si basava su dati estratti dallo “Scenario tendenziale Asse Gottardo” realizzato dall’Ufficio federale dello sviluppo territoriale. Apparentemente più ci si avvicina alla data di apertura di Alptransit meno gli esperti sono pronti ad affermare che potrebbero esserci ricadute positive per Val di Blenio, Leventina e Riviera. Ma facendo certe premesse e con misure di sostegno probabilmente le prospettive più catastrofiche potrebbero anche non avverarsi. Importante sarà certamente quello del mantenimento di una rete performante di trasporti pubblici locali e poi la capacità di valorizzare le regioni in un’ottica turistica e residenziale. Insomma chiedersi: c’è ancora gente che vuole abitare in valle e chi ci sta come si sente? Lo abbiamo chiesto a dei giovani che vengono da fuori e che in Alta Leventina stanno facendo un apprendistato. Micro-storie quelle di Ambrogio, Ana, Monica e Marco di giovani che hanno la passione di imparare, che in mezzo alle montagne vedono anche il cielo azzurro, e che guardano al futuro come ad una sfida positiva.

Ambrogio Dall’Ara, ha 19 anni e fa l’apprendista carpentiere presso la ditta di Manlio Cotti Cottini a Catto. È un ragazzo di città, i genitori abitano a Lugano. Dopo il primo anno di Liceo sprecato, arriva d’estate a lavorare nella carpenteria di Catto.

“Un mese di lavoro, anzi lavoretto, mi piaceva tantissimo, ho sempre preferito il lavoro manuale alla teoria. Avevo gli stessi interessi di Manlio, andare in montagna, stare all’aria aperta. Le giornate passavano in fretta. Pensavo di riprendere il Liceo e invece il giorno prima dell’inizio della scuola ho chiamato e chiesto se potevo fare l’apprendistato”.

Quella di Ambrogio è la classica settimana di un apprendista, se non fosse per il viaggio da Trevano fino a Catto dove, il lunedì giorno di scuola, arriva alle 21.30. Il fine settimana talvolta in montagna talvolta a Lugano. “Quando i miei amici di Lugano sentono che vado a Catto mi dicono, ma stai in mezzo alle capre a lavorare (ride). Tre quarti di loro, sono sicuro, non ce la farebbero a stare qui da soli. Certo che non è il posto per chi ama fare shopping o cazzeggiare in centro. Qui però ci sono dei contatti diversi. Spesso dove andiamo a lavorare ci invitano a pranzo, certamente non capita a Lugano. La mia ragazza di prima non è mai venuta a trovarmi, forse chissà aveva paura di perdersi per strada. Mi muovo con il treno e poi ho un super-nonno che ogni tanto mi porta avanti e indietro ed è super-orgoglioso di quello che faccio”.

Ambrogio parla con entusiasmo del suo lavoro, del suo impegno che gli ha fatto vincere la gara fra apprendista della sua categoria a Ticino Skills. Ora si sta preparando per partecipare alla vera competizione importante, quella nazionale SwissSkills.

“Qui si lavora con la testa e con le mani. Nelle carpenterie del Sottoceneri il lavoro è industriale, quasi tutte le ditte hanno le macchine computerizzate. La mia scelta è forse controcorrente, ma devo dire che mi piace stare con quelli che amano il lavoro fatto così. Siamo fuori fino a fine dicembre e nei mesi più freddi facciamo dei mobili”.

Monica Zambelli, ha vent’anni, abita a Biasca e fa il quarto anno di apprendista assistente studio medico nello studio dei Dott. Fransioli e Dott. Meregalli ad Airolo. Frequenta la SSMT Scuola superiore medico tecnica a Locarno.

“Pensavo di andare verso l’avvocatura, il diritto, poi ho fatto uno stage in uno studio medico e mi è piaciuto moltissimo. Ad Airolo era il secondo stage, mi sono trovata subito bene e andavo bene anche a loro. Venire da Biasca fino a qua non è assolutamente un problema, in treno o studio o dormo. Ho sempre preferito stare in un paese di montagna, in città c’è troppa confusione. I leventinesi non sono chiusi, forse perché il posto è piccolo ma anche perché c’è voglia di relazionarsi con gli altri, anche con quelli che vengono da fuori, siamo un po’ come in una grande famiglia”.

Monica è sempre sorridente, comunicativa e si capisce che davvero non è difficile aver voglia di parlare con lei. “Sono molto contenta di aver fatto questa scelta per le relazioni con i pazienti, con i medici. Ci sono persone che vengono e che ti raccontano tutta la loro storia. Certe ti buttano addosso i loro problemi e allora tu devi fare attenzione, mantenere un certo distacco. A scuola facciamo dei corsi molto interessanti su come comunicare con i pazienti che sono davvero importanti”.

Marco Andrea Ranieri, ha 23 anni, fa l’apprendista cuoco al Caseificio del Gottardo dal 2014. Viene da Roveredo GR. Ha fatto dapprima un apprendistato di muratore, ha lavorato sui cantieri per due anni dopo il diploma e poi ha capito che non era la sua strada.

“La cucina è sempre stata la mia passione, da piccolo dato che i miei genitori lavoravano fuori casa, per il pranzo dovevo arrangiarmi io. Avevo provato già a 15 anni, ma non ero pronto, poi però ero sempre lì a guardare i programmi di cucina, cucinavo per parenti e amici e mi sono detto è meglio che ci provi. Ho cercato vicino a casa ma non c’erano posti. Il Caseificio mi ha fatto fare uno stage, ne avevano tanti fra i quali scegliere e hanno scelto me, forse perché ero disposto a venir qui a lavorare ma anche per il fatto che avevo già 22 anni, probabilmente era un vantaggio per loro. Uno che ha già fatto un apprendistato sa come ci si comporta”.

La giornata di Marco è molto lunga e poi due giorni di scuola a Trevano ogni due settimane

“Fare il muratore era molto fisico. Nove ore e mezza in cantiere d’estate sotto il sole era pesante però alle cinque e mezza finivi, non facevi un minuto in più e andavi a casa. Fare il cuoco richiede molta più attenzione e più sacrifici. Io esco da casa alle 7 del mattino e ritorno dopo le dieci di sera. Però mi trovo benissimo qui in montagna perché alla fine vengo da Roveredo che è anche una valle e qui è un po’ come lì. C’è molto lavoro sia d’estate sia d’inverno con gli sciatori – non immaginavo davvero che ci fosse così tanta clientela. Il ristorante del Caseificio è aperto sette giorni su sette, chiude solo 7-10 giorni dopo le vacanze di Pasqua e il giorno di Natale”. La scuola è un momento importante anche per fare delle scoperte sui ruoli fra uomo e donna.

“Nel mio gruppo siamo una ventina e ci sono solo tre ragazze. Ero un po’ sorpreso perché pensavo che la cucina fosse una cosa per le donne, ma invece a fare il cuoco di professione sono soprattutto uomini. Sarà che si tratta di un lavoro abbastanza duro e poi certe volte in cucina c’è un po’ di caos e forse per le giovani donne sarebbe un po’ difficile sopportarlo”.

Ana Lazic, è nata nel 1998 nei pressi di Belgrado, in Ticino a Biasca con la mamma e i due fratelli da neanche tre anni. Parla perfettamente italiano. Apprendista disegnatrice – indirizzo architettura 2.o anno, presso lo Studio Habitat di Airolo.

“Mi sono messa con molta volontà ad imparare la lingua, mi piacciono molto le lingue latine. A casa, con mia mamma e i miei fratelli, uno di 16 anni, l’altro di 9, parliamo talvolta ancora serbo. Il mio fratellino piccolo lui parla benissimo italiano, senza accento. Quando vado in Serbia a trovare i miei nonni e mio papà è chiaro che con loro parlo serbo, ma adesso un po’ meno velocemente di prima. A scuola non ho avuto difficoltà, anche perché a me piace molto studiare e allora ero un po’ la secchiona e così non stavo forse simpatica a tutti”. Ana frequenta la SPAI - Scuola professionali arti e mestieri a Trevano. Il primo anno a tempo pieno, ora un giorno per settimana. Parla piano, quasi sottovoce, ma si sente che ha una bella determinazione.

“Per cercare un posto sono andata all’orientamento, nel settore dove cercavo io ce n’erano pochissimi, solo tre. Due mi hanno risposto che avevano già un apprendista, poi ho avuto un colloquio con Francesca Pedrina, è stato bello, ci siamo trovate bene e non mi ha fatto niente venir qui in mezzo alle montagne, anche se fa un po’ freddo. Altrimenti non ci sono aspetti negativi. Il posto è piccolo, la gente è più comunicativa, mi conoscono un po’ tutti. Poi non manca niente, negozi di alimentari, pasticceria, la farmacia, i medici e c’è persino un cinema che a Biasca che è molto più grande non c’è più”.

Questi quattro giovani hanno ognuno a modo loro un progetto per il futuro, una prospettiva: guardano avanti, niente sogni nel cassetto ma obbiettivi ben precisi

Ambrogio: “Bisogna studiare, impegnarsi. Ho visto che ho molte porte aperte anche facendo l’apprendistato. Lavoro in Alta Leventina fino al 30 di agosto, poi vado a fare un anno di scuola a tempo pieno, uno studio passerella per poi seguire la formazione di ingegnere del legno”.

Monica: “Quando avrò finito l’apprendistato vorrei fare la scuola per diventare tecnica di radiologia in un ospedale o ente ospedaliero. È una materia che mi ha sempre interessato anche se è piuttosto tecnica. Dovrò fare altri tre anni divisi fra scuola e pratica e mi dispiace che non potrò farlo in valle. Speriamo comunque che l’ospedale di Faido rimanga dove potrei forse lavorare”.

Marco: “Finisco l’apprendistato nel 2017 e vedrò se continuare a lavorare in una struttura come questa. Qui facciamo piatti tipici, dopo mi piacerebbe imparare anche un’altra cucina, piatti più piccoli, e per esempio cucinare il pesce”.

Ana: “A me piace studiare e vorrei fra virgolette avere una carriera. Spero di finire l’apprendistato con delle buone note e andare all’università per studiare architettura. Se non ce la faccio, comunque come disegnatrice avrò qualcosa in mano”.

Concludiamo questa carrellata di interviste con la domanda che ci eravamo posti all’inizio: “ci saranno dei giovani che vorranno stabilirsi in valle?”

Ambrogio: “Tanti giovani dovrebbero fare un apprendistato in valle, perché ti fa cambiare come vedi il mondo. Io ho sempre amato la montagna seguendo i miei genitori, probabilmente un luganese «normale» non verrebbe mai a stare qui. Sinceramente se decidessi di mettere su famiglia vorrei crescere i figli in valle e non in città”.