Gambarogno

Anno 42 - N. 1

Antico mulino del Precassino: storia di una nuova vita

Luca Invernizzi

Fu mio padre Diego a parlarmi per la prima volta del vecchio mulino del Precassino di Cadenazzo. Il nuovo millennio era da poco iniziato e ricordo ancora l’entusiasmo (lui era così) nel descrivere l’idea di un gruppo di appassionati della storia del Comune bellinzonese. Mi mostrò alcune fotografie di quello che altro non era che un vecchio rudere quasi totalmente diroccato, aggrappato sul fianco sinistro della valle dove scorre il torrente Robasacco. Vecchie mura quasi sopraffatte dalla natura e che nessuno a Cadenazzo sapeva più datare.

Erano le mura di un piccolo edificio di una sessantina di metri quadrati la cui prima traccia ufficiale si trova in un documento del 1892: la Mappa rettificata del Comune in cui viene definito come “mulino”. Destinazione che trova conferma anche nel censimento cantonale del 1895 degli edifici che utilizzavano la forza idrica (oggetto di concessione cantonale dal 1894) a scopo agricolo o industriale. Il mulino vi è descritto come “fuori uso da parecchi anni”. Non sapremo quindi mai con precisione quando fu costruito, né quando e perché venne abbandonato. Un piccolo mistero che stimolò ulteriormente la voglia di quel piccolo gruppo di appassionati di conoscere e soprattutto far conoscere quel piccolo pezzo del puzzle della storia di Cadenazzo. Dal 2004 si iniziò quindi con i lavori di pulizia, di recupero di quella che doveva essere la conformazione originale del terreno circostante. Un primo intervento che permise di portare alla luce sei palmenti in pietra naturale, ma soprattutto una grossa pietra che presentava due grandi incavature a forma di marmitta.

Una scoperta molto importante che permise di capire come nella struttura oltre alla macina fosse in funzione anche una pesta per la brillatura dell’orzo. E forse anche grazie proprio a questa scoperta l’idea iniziale trovò rapidamente il sostegno del Municipio e anche delle autorità cantonali (in particolare l’ufficio dei beni culturali), tanto che già nel 2005 arrivò la licenza per la riattazione del mulino. Tappa dopo tappa (lavori di sistemazione interna ed esterna, ma anche messa in sicurezza per i visitatori) si arrivò al 2011, quando – anche grazie alla collaborazione della scuola per apprendisti della società degli impresari costruttori – iniziò la ricostruzione vera e propria dello stabile.

Lavori che si protrassero dall’aprile al novembre di quell’anno, quando con la posa del tetto, di fatto la struttura ritrovò il suo vecchio splendore. Non restava – si fa per dire visti i costi non indifferenti – che riposizionare la ruota che permettesse di ridare al mulino quella forza idraulica necessaria per muovere le macine. Opera portata a termine nella seconda metà del 2014 quando con l’ausilio di un elicottero si è proceduto alla sua collocazione.

È invece di questi giorni il raggiungimento di un altro traguardo estremamente importante. Il 20 gennaio è infatti stata posata all’interno del mulino la struttura in acciaio e legno che permetterà di rimettere in funzione anche la pesta. Un lavoro molto complesso che consentirà di far riscoprire l’antica tecnica della brillazione dell’orzo e del frumento. Un momento carico di emozione che premia anni di lavoro e che regalerà a tutti coloro che visiteranno il rinnovato mulino un piccolo viaggio nel tempo, alla scoperta di tecniche dimenticate, ma anche delle nostre radici più profonde.