Anno 43, Nr. 1

Editoriale

Giorgio Passera

Diario o Facebook?

Una volta c’era il diario, quel quaderno o taccuino che molti di noi tenevano per registrarvi i fatti notevoli che meritavano di essere conservati e ricordati. Emozioni, avvenimenti e considerazioni molto personali, a volte intimi che venivano affidati alla carta e poi tenuti accuratamente nascosti nel fondo di un cassetto. Un soliloquio che nessuno pensava di condividere né tantomeno di pubblicare. Nei casi migliori chi teneva un diario, in età matura, poteva magari diventare un discreto scrittore. Per gli altri questa particolare forma di scrittura aveva comunque un indubbio valore terapeutico: serviva a rimettere le cose a posto, a formalizzare paure e fantasmi, gioie e dolori, dubbi e certezze, a chiarire sentimenti, a sfogarsi. Come dice il termine stesso il diario prevedeva una frequentazione giornaliera, una continuità quotidiana, cronologica e sentimentale. Alla fine nasceva una storia individuale, unica, che rivelava gli aspetti più nascosti, interni, profondi della personalità dello scrivente. In letteratura abbiamo esempi notevoli di confessioni, un genere che va oltre l’autobiografia e che ci rivela la personalità dello scrittore che si mette in gioco totalmente agli occhi dei lettori. Con l’ambizione, magari dichiarata, di servire da esempio, per aiutare gli altri per lo meno a non compiere errori o sbagli che ha fatto durante la sua vita.

Si tengono ancora diari al giorno d’oggi? In un’epoca in cui una delle rivoluzioni più evidenti è quella della comunicazione, si ha ancora bisogno di affidare le proprie confessioni alla carta, oppure le persone, per annotare i fatti salienti della loro vita usano altri mezzi? Una prima, provvisoria risposta ci viene da Facebook, che secondo i dizionari è quel “sito di relazioni sociali che consente agli iscritti di scambiarsi messaggi e di condividere informazioni, notizie, fotografie e commenti”. A prima vista potremmo definire Facebook il diario del nuovo millennio. Però, se approfondiamo un po’ le cose, tra il diario e questo nuovo mezzo di comunicazione, notiamo delle differenze mica da poco. Intanto l’utente mette in piazza, condivide, pubblica le proprie considerazioni, le proprie foto, i propri video, le proprie preferenze, i propri gusti e le proprie passioni. Magari non li racconta a tutti, scegliendo un gruppo di amici (o presunti tali: l’amicizia vera, certamente è altra cosa), ma non li nasconde più nel fondo di un cassetto. E poi la frequentazione di Facebook non è più giornaliera, ma diventa ballerina: a seconda dell’umore e del tempo che ha a disposizione uno può scrivere quello che gli pare in ogni istante della giornata, anche più volte sull’arco delle 24 ore. L’utente, tra l’altro, viene stimolato a questo processo di messa in comune da domande del tipo “A cosa stai pensando?” che appaiono regolarmente quando si attiva questo “registro dei visi” (questa è la traduzione letterale dall’inglese). Ma ci possiamo chiedere che cosa spinga così tanta gente a usare questo nuovo social medium: molte le ragioni, diverse e non tutte simili. Vediamone alcune: il bisogno di comunicare, la facilità di condividere, di dare e ricevere informazioni, la voglia di entrare in un club che condivide gli stessi interessi e le medesime passioni, la rapidità della diffusione del materiale messo in rete e quindi di raggiungere altri utenti, amici, semplici conoscenti o perfetti sconosciuti. Aggiungiamoci pure la sottile ebbrezza del “per una volta siamo tutti giornalisti, fotografi, filosofi oppure opinionisti”. E anche una buona dose di esibizionismo, che porta a credere che il mondo sia interessato a che cosa sto mangiando, a dove sono stato in vacanza, a quale sia il mio scrittore preferito, a quali frasi celebri meritino di essere scolpite nella memoria, a quanti animali ho in casa, e via di seguito. Voglia di protagonismo: sono in Facebook e quindi esisto! E poi, inoltre, in questo mondo possiamo scoprire dettagli più o meno importanti (spesso molto superficiali) di gente che conosciamo o di cui non sappiamo quasi niente. Come sempre, quando si parla di mezzi, non dobbiamo confonderli con il fine. Ogni mezzo in sé è neutro, è l’uso che se ne fa che lo rende positivo o negativo. Un coltello può servire a tagliare il pane ma può anche ferire una persona.

 

Buona lettura a tutti, quindi, e non esitate a farci avere il vostro parere al solito indirizzo: giorgio.passera@fontana.ch