Lugano e dintorni Attualità

Anno 40, Nr. 5

Il perfido aucupio autunnale

Aldo Morosoli

Ne sono rimasti pochi a raccontare una secolare storia di aucupio con le reti verticali. Li trovi nel fitto del bosco e sul culmine delle colline. Il progredire della vegetazione e le annate li hanno ammutoliti, nascosti. L’uomo li ha dimenticati, complice la legge federale del 1875 e una serie di eventi che si sono susseguiti a fine Ottocento. Pertanto è scomparso un modo di cacciagione silenzioso, discreto, perfido, vissuto dagli uccellatori e dai proprietari dei roccoli che spesso per la loro costruzione e gestione avevano speso fortune.
Oggi la caccia è semplicemente un lusso. Nessuno uccide perché ha fame o necessità di alimentare il desco famigliare. Al contrario, nei secoli scorsi, l’attività venatoria era prezioso complemento per nutrire la famiglia in debito di cibo. Nasce in tal modo l’astuzia dell’uomo usata poi per la cattura degli uccelli di passata. L’origine del roccolo Il roccolo prende il nome dalla conformazione del terreno sul quale è costruito. Uno spiazzo circolare di ca. 30 metri di diametro, doppiamente alberato con piante di lecci, faggi, querce all’esterno e in un secondo piano con ginepro, sorbo, lauro e alberi di S. Andrea (“zanzuin”). A breve distanza dagli alberi, orientata sul percorso degli uccelli, sta la piccola torre, il casello. Costruito in muratura, a base quadrata o rettangolare, assai semplice, rustico, con il tetto a una sola o doppia falda. Esigui i vari locali accessibili tramite ripide scale. Due o tre piani in successione con il camino in angolo e parecchie aperture di varia dimensione, mimetizzate, dalle quali l’uccellatore controllava gli stormi e agiva di conseguenza. Nella maggior parte le costruzioni e la collocazione degli alberi ricalcano origini lombarde, dove l’attività era iniziata nel XVI secolo. Nella Bergamasca (Val Brembana), provincia ancor oggi conosciuta per questa particolarità, forte era la fama dei roccolatori, i quali, giunto l’autunno, catturavano quantità notevoli di uccelli di passo. Ne sortiva il piacere gastronomico ancor oggi apprezzato e ricercato della “polenta e uséii”. Da questa vicina zona agricola dove la passione per le reti di aucupio era notevole, giungevano in Ticino gli scaltri uccellatori. Portavano, con l’esperienza, anche una serie di gabbiette con uccelli di richiamo che allevavano nel corso dell’anno.
Da noi, specie nel Sottoceneri, parecchie famiglie benestanti, approfittando di queste esperienze, fecero costruire roccoli, caselli e bressanelle. A fine del ’700 ecco comparire sulle colline queste costruzioni, confermando che il roccolo non era solo punto e forma di caccia agli uccelli, bensì pure simbolo di benessere finanziario. Possedere un roccolo era da pochi e le famiglie ne andavano orgogliose. Significava altresì assumere l’uccellatore bergamasco, che allora era circondato da fama di capacità.

Festose agapi domenicali
Al culmine della stagione autunnale, le passate diventavano frequenti. Capitava perciò che il proprietario del roccolo disponesse di grandi quantità di uccelli. Non esistendo allora congelatori e catene del freddo, ne sortiva una continuità di cene e spesso doni di pennuti ad amici. Le cronache di allora menzionano la presenza di parecchi sacerdoti, appassionati cacciatori, che gestivano roccoli siti in territorio parrocchiale. Non mancavano di dedicare il loro tempo, oltre alle anime dei fedeli, all’aucupio, tanto da far dire a chi il religioso aveva donato i pennuti:

“Grazie, grazie reverendo
dei tuoi merli e dei tuoi tordi!
Eran pingui, freschi e sani,
che una gioia eran vederli
il palparli con le mani!”1)

A proposito di sacerdoti cacciatori di uccelli, don Andrea Galli, parroco di Melano, nel 1829 pubblicò una bella lunga poesia che descrive le insidie prima e il piacere dell’aucupio.
Don Galli era vicino alla cerchia di uomini benestanti, i “Signori del paese”, il medico e il suo amico avvocato, col fratello studente e il cognato professore: gente vestita di panno fino, che si riuniva a convegno durante i mattini autunnali nel roccolo, organizzava la “tesa” e trascorreva le serate tra laute cene di polenta e uccelli. Altri tempi, altre mentalità. Ciò non toglie che il piacere della cucina superava di gran lunga ogni genere di scrupolo al riguardo dei volatili.


Una ricerca e un piacere
Tornando al roccolo va ancora detto dell’acume e dell’attenzione dedicate nella scelta della sua collocazione. Venivano considerate le varie conformazioni della zona, le correnti ventose e annotate le passate, l’arrivo e il volo degli uccelli. Scelto il luogo, si iniziava la costruzione del casello. Si tracciavano sul terreno i punti dove piantare gli alberi che maggiormente producevano bacche e frutti. Erano queste le piante di “buttata”, che una volta cresciute formavano la “tesa” a mo’ di semicerchio più o meno aperto e regolare il cui perimetro era costituito da un “corridoio” entro il quale veniva posata la rete.
Nel contempo, avveniva la costruzione. Dallo stile, dall’uso dei materiali, dall’aspetto si può dedurre del benessere o meno di chi lo aveva costruito. Stefano Franscini nella sua preziosa opera La Svizzera Italiana del 1840, dice che “un roccolo costa da 100 scudi di Milano sino a 100 e più zecchini e che durante l’autunno o uccellagione un uomo a posta (rocoladore) spesso della bergamasca, vi tiene stanza, e di mattino principalmente esercita la sua industria…”.
La struttura interna variava da una costruzione all’altra. In tutte almeno tre piani. Il pianterreno destinato al deposito delle reti, dei pali e del cordame. Al secondo un locale, intonacato, con caminetto, armadi a muro per le stoviglie, in alcuni tracce di tavolo e di panche nei quali ci si ristorava, e infine il locale dell’uccellatore, arioso, quasi allegro. Una panca e uno scranno. Ampie finestre che dominano l’arrivo del “passo”. Il camino per le già rigide giornate del tardo autunno. Sul soffitto di un casello pendono ancora le gabbie di legno le cui gretole sudice parlano di prigionia e di meste canzoni. A Barbengo e a Carona esiste persino il pozzo alimentato dalle acque piovane.

La tecnica della cattura
La capacità dell’uccellatore consisteva nell’attirare gli uccelli sugli alberi e le siepi. Teneva nel roccolo parecchie gabbie con uccelli che allevava nell’annata. Le sistemava sugli alberi. Al loro canto aggiungeva il suo richiamo fatto con zufoli e chioccoli di vario genere (ne ho ritrovato uno costruito con legno e cuoio che imitava il gorgheggio del tordo). Il festoso canto attirava gli uccelli di passo oltre ai tanti che stavano nella zona. Si posavano sopra gli alberi, attratti dai loro frutti e dalle sonorità. Era questo il momento tanto atteso dall’uccellatore. Dalla finestra del roccolo scaraventava lo “zimbello” che altro non era che uno spauracchio dalle varie forme. Il fischio dell’uomo e il fruscio dello zimbello terrorizzavano gli uccelli che per loro natura sfrecciavano in basso, andando contro le reti tese tutt’intorno.
Questo, per principio, era l’operare dell’uccellatore, che possedeva intuiti e esperienze particolari. Si legge che talvolta raccoglieva tra le reti una grande quantità di uccelli, ancora vivi, tremanti, impauriti, stanchi, intesi alla ricerca di cibo. E questo fa tristezza.
Un mondo infido e traditore che ha lasciato a noi un patrimonio architettonico e di costume legato alla caccia. La mia verifica è avvenuta tra non poche difficoltà. Il tempo, i luoghi, le conformazioni strutturali, hanno talvolta trascurato questi beni rurali. Parecchi anni or sono avevo intrapreso la ricerca dei roccoli. Già allora mi ero reso conto del notevole oblio – salvo qualche eccezione – nel quale erano cadute queste costruzioni, che, entrando, tra le loro sbrecciate mura e salendo le scale, ancora raccontano la storia di un mondo venatorio triste e singolare.
Utile sarebbe oggigiorno effettuarne la verifica e la conta, allestire un censimento, non fosse altro che per elaborare una mappa topografica che permetta di ritrovarli con facilità. Comunque resta un singolare patrimonio rurale, unico, un simbolo visivo della caccia agli uccelli diffusa nel nostro territorio. Racconta storie di regioni, di casati benestanti, di sacerdoti intesi alla caccia di anime e di uccelli.
Poi la presenza degli uccellatori bergamaschi, apprezzati nell’arte della cattura, dell’aucupio, ma altresì esperti nell’allevare uccelli cantori, allora ricercati nelle nostre famiglie. E nei roccoli, assai spesso, si riuniva l’allegra brigata, come avveniva a Carnago, nella torre della famiglia Bianchi. Curiosamente avevano sostituito il tetto con una terrazza, costruita con lo scopo di trascorrervi ore liete e spensierate. Non mancava mai la gastronomia nostrana che fino all’autunno sostituiva la polenta e uccelli, innaffiata con del robusto vino locale e accompagnata dal suono della fisarmonica. Altri temi, altri pensieri che univano cacciatori e famigliari in attesa delle autunnali “passate”.

_____

1) Carlo Porta, poeta milanese