Editoriali

Anno 40, Nr. 4

Dialetto in versi, versi in dialetto

di Giorgio Passera

Ultimamente ho ricevuto parecchi messaggi da parte dei lettori e quasi tutti trattano il tema del dialetto. La maggior parte di queste comunicazioni tocca la poesia, considerata un veicolo privilegiato per esprimere tutta una serie di sentimenti, di emozioni, di riflessioni etiche e anche di buon umore. Messaggi che sono lo specchio evidente di una grande passione: il dialetto, secondo i nostri poeti o aspiranti tali, consente la formulazione di pensieri più precisi e più incisivi, in una maniera più diretta e spontanea. Alcuni chiedono una nuova rubrica sulla nostra rivista dedicata a chi compone versi, a chi, magari senza l’ambizione di pubblicare dei libri, vorrebbe far sentire la propria voce. Un’ipotesi da valutare seriamente. Davanti a tanta passione ci si potrebbe chiedere da dove essa tragga origine, che cosa ci sia alla base della poesia dialettale ticinese. Ebbene una risposta abbastanza precisa la possiamo dare: gli studiosi hanno addirittura formulato una data precisa precisa: il 1900. È l’anno in cui Ferdinando Fontana pubblica a Bellinzona la sua Antologia meneghina, un’opera molto corposa che raccoglie moltissimi testi in dialetto milanese dal 1200 alla fine dell’800. Dialetto milanese che ingloba tutti i vernacoli lombardi, compreso quello ticinese. Analizzando i vari testi scopriamo che i nostri poeti cominciano a scrivere con un certo impegno ed un certa continuità solo nel corso del 1800, con risultati non eccelsi. Il Fontana, paragonando i ticinesi ai milanesi, evidenzia una serie di caratteristiche che contraddistinguono i nostri rispetto ai cugini del sud: una certa ingenuità di fondo, una fede in valori schietti e datati, una propensione per i temi legati alla terra, all’agricoltura. A livello linguistico il ticinese, inoltre, è più conservatore, il suo lessico è più datato, presenta tratti arcaici. La cosa si spiega almeno con due fatti: il permanere di una civiltà contadina ancora solida e vivace e il confine politico che nell’Antologia quasi non esiste, ma che nella realtà della storia e dell’amministrazione è un fatto concreto che ha le sue belle influenze. I testi dei nostri autori presenti nel libro, tutto sommato materiale di mediocre fattura, ci fa apprezzare maggiormente l’evoluzione che il ’900 ha portato nella nostra letteratura dialettale: Giovanni Bianconi, Emilio Zanini, Alina Borioli, Enrico Talamona, Ulisse Pocobelli, Giovanni Orelli, Sergio Maspoli, Elio Scamara, Ugo Canonica, Fernando Grignola e altri ancora sono lì a dimostrare che tra ’800 e ’900 non ci sono 100 ma 1000 anni di distanza nel processo di crescita di questo ramo della nostra letteratura.

Per concludere: l’Antologia meneghina originale pubblicata a Bellinzona nel 1900 è composta di 428 pagine e presenta, oltre ai testi, note sull’origine del dialetto milanese, sulla sua fonetica, la grammatica, l’ortografia, notizie sui vari autori presenti e osservazioni critiche sui vari testi.

Nella foto: Gilberto Bossi con Giorgio Passera.