Sport

Anno 40, Nr.2

Quando l’errore si trasforma in qualcosa di geniale

di Luca Invernizzi

Tante volte, curiosando distrattamente fra le migliaia di articoli esposti nei negozi dei grandi centri commerciali, mi è capitato di trovarmi fra le mani oggetti curiosi, insoliti, per certi versi anche geniali poiché capaci di fornire risposte semplici per gesti che nella quotidianità di molte persone possono però assumere la dimensione del quasi impossibile. Dal raccogli-oggetti telescopico a pinza, al calzascarpe allungabile, al portachiavi che se lo perdi risponde quando fischi… Oggetti banali per quasi tutti noi, ma quasi indispensabili per chi non può semplicemente chinarsi o per chi perde la memoria. La mia reazione è sempre la stessa… “In fondo bastava pensarci”!

Ed è proprio così, la differenza fra chi possiede la genialità creativa e la stragrande maggioranza di noi tutti è tutta qui. Loro (beati loro) hanno quella famosa lampadina che accendendosi illumina con la luce della soluzioni i problemi degli altri. Intuizione, capacità di non perdere il momento della scintilla, di non esitare nel provare a tradurre in progetto, in prototipo, l’embrione dell’idea.

Cosa c’entra tutto questo con lo sport che dovrebbe essere l’oggetto di questa rubrica? Potrei rispondere che non c’entra nulla e probabilmente avrei risposto così fino ad un paio di mesi or sono, fino a quando, nella serata della cerimonia di apertura delle Olimpiadi più costose, più sfarzose, più mediatiche (ma si fa più in fretta a dire più tutto) di tutte quelle precedenti, la mano beffarda del destino ha voluto giocare uno scherzetto agli architetti dello spettacolo. In un ciclone di musiche, di luci, di coreografie mozzafiato… Sul più bello, al momento dell’“apertura” dei cinque cerchi, simbolo dell’universalità dello spirito olimpico, accade l’impossibile: un cerchio non si apre. E allora giù fiumi di inchiostro per sottolineare l’incredibile sbavatura, ma anche per ridicolizzare il tentativo maldestro di non mostrare l’inciampo al mondo. Dalla regia, parte infatti una registrazione delle prove, che però andrà in onda solo in Russia. Come dire che all’errore (umano) si aggiunge il perseverare (notoriamente diabolico). Come abbia reagito il padre dei giochi di Sochi Vladimir Putin a tutto questo non lo sapremo mai.

Sono invece bastate due settimane per capire come reagisce una mente geniale (eccolo l’aggancio con il discorso introduttivo): quella di Daniele Finzi Pasca, autore della cerimonia di chiusura, che ripetendo in modo caricaturale la scena dell’anello che non si apre, ha trasformato definitivamente in opera d’arte anche il primo involontario errore, dandogli una dimensione diversa, esaltando l’imperfezione come necessità vitale per non trasformare tutto in rappresentazioni tanto perfette quanto freddamente meccaniche.

Rientrando da Sochi, nelle tre ore di volo che ci riportavano a Zurigo, con la mente pensavo e ripensavo a quali fossero state le emozioni più forti, i momenti indimenticabili. Alla mente tornavano le imprese (Cologna su tutti), ma anche le delusioni (la nazionale di Hockey su tutte), gli eroi nel bene e nel male, nella fortuna e nella sfortuna. Tanti nomi, tanti episodi, ma anche l’incapacità di stilare una vera classifica. Poi in un attimo di dormiveglia rivedo i cerchi che non si aprono e mi rendo conto che sono proprio quelle due rappresentazioni dello stesso fatto a simboleggiare perfettamente tutta l’Olimpiade. Il primo per la drammaticità dell’errore (il fantasma di ogni atleta) che – inatteso invitato abusivo al banchetto preparato per una vita – in un batter d’ali cancella anni di lavoro e speranze. Quanti atleti ho rivisto in quell’anello inaugurale che non si è aperto. Quante cadute inattese, quanti infortuni dell’ultima ora, quanti errori, quante lacrime. Quell’anello che non si apre è la metafora di decine e decine di storie olimpiche.

Ma c’è anche l’altro anello, quello che grazie a Finzi Pasca d’ora innanzi sarà il simbolo della capacità di sdrammatizzare. Riportando lo sport un po’ più vicino allo spirito iniziale dei giochi: a quel “l’importante è partecipare” cui il genio del coreografo ticinese ha voluto fare l’occhiolino. Un po’ come l’orsetto mascotte di Sochi, con quella lacrima versata quando sul grande schermo è apparso l’orsacchiotto che era stato il simbolo dei giochi di Mosca del 1980. Il nostalgico un po’ romantico che è in me non può che dire grazie a Daniele Finzi Pasca.