Dialetto

Anno 40, Nr.1

La parlata contadina di Ugo Canonica

di Gian Paolo Lavelli

Ugo Canonica (1918 - 2003), originario di Bidogno, nell’alta Pieve Capriasca, è nato a Willisau, nel Canton Lucerna, ma è vissuto sempre a Lugano. È stato insegnante, direttore e ispettore scolastico; redattore del quotidiano luganese Gazzetta Ticinese, collaboratore della RSI. Scrittore e poeta, sia in lingua che in dialetto di Bidogno, ha scritto opere importanti. L’ha conosciuto Fernando Grignola, il poeta di Agno, dedicandogli nella sua antologia Le radici ostinate una parte importante del suo lavoro, ricordando che nel 1958 gli fu attribuito un premio di poesia dialettale “Il Cantonetto”.

In uno scritto sul Giornale del Popolo, Gilberto Isella, lo ricorda soprattutto come poeta, mettendo in luce che sarà ricordato nella nostra storia letteraria. “Ha conferito dignità culturale – scrive Isella – a una circoscritta parlata contadina ma anche i versi in lingua, più aperti al moderno, e di conseguenza ricchi di neologismi, che sono di indubbio valore. Per offrire un indizio acustico del suo universo espressivo, chiamerei in causa il titolo onomatopeico Gherengh garangh (il libro è del 1979), evocatore di atmosfere e stati d’animo in movimento grazie alla sonorità che gli è propria, metallica certo, tipica di cosa o persona urtata o perlomeno instabile, dove svetta la famigliare vibrante ‘R’ della fonetica capriaschese”.

Anche Ottavio Lurati, sulla stessa pagina del GdP parla del rügin della val Colla. “Il ‘rügin’ era appunto un parlare fatto in una comunità artigiana (i magnani nelle piane d’Italia e tra loro, una volta tornati in paese). È bello che Ugo ne abbia colto lo spirito: poesia e nel contempo testimonianza viva, preziosa”. Lurati, ricordando poi questo arcaico vernacolo inserito nelle sue poesie o prose, ne trae immagini e suggestioni di grande umanità. “Pagine insomma – conclude Ottavio Lurati – intense, quelle di Ugo Canonica. Sono pagine che provano che il suo non era un dialetto esibito, ma un dialetto fortemente vissuto. Che – ci sembra – è un fatto di grande forza”.

Lo scrittore e poeta Gabriele Alberto Quadri (chiamato da Ugo Canonica l’amico magnan) scrisse, nel ricordo della morte del “compagno di squadra”, questi pensieri: “Con la scomparsa di Ugo Canonica muore un padre dei neodialettali italiani. Nata in un contesto capriaschese, micro-regionale quindi, la poesia dello scrittore di Bidogno si è, infatti, vieppiù aperta al mondo. Il linguaggio del bosino di valle si è trasformato nella lingua universale della poesia. Pubblicazione esemplare, l’ultima sua opera, che ha dato voce agli emigranti ticinesi a Parigi, i Parisiens, che segnarono le migrazioni della gente umile della Capriasca”.

Nell’anniversario dei dieci anni dalla sua scomparsa rileviamo che pure sul Corriere del Ticino nella pagina culturale, Renato Martinoni, lo ricorda come “Il poeta del gergo e dell’afasia. L’autore di versi esordisce nel 1959, con una raccolta dal titolo un poco crepuscolare. Na medaia de finte argente (una medaglia di finto argento) – cita Martinoni – raccoglie con gusto particolare per il preziosismo dialettale che ricorda Giovanni Bianconi e Pino Bernasconi, brevi frammenti, rapide pennellate, apparizioni e sparizioni, il vecchio paese della valle, le sue figure e qualche tocco di magia. Perché è il villaggio ormai lontano, nella sua memoria sempre più fragile, non priva di sguardi sorpresi o risentiti, più che melanconici, ad ammaliare il poeta, sempre fedele a una propria visione del mondo e delle cose. L’archeologia in versi di Canonica è dunque fatta di frammenti e di bagliori improvvisi di ricordi, oltre che di qualche simbolo di evidente pascoliana memoria. Proprio per questo più che la natura, è sempre l’uomo a stare al centro dello sguardo”.

Il cammino poetico di Ugo Canonica, nei due versanti della sua poesia in lingua e in dialetto, è fatto di particolari linee direttive ben precise. Lo scrittore stesso, in proposito, diceva così: “Ho sempre tentato di arrivare a una poesia essenziale, di scartare tutto quello che è superfluo nel verso, di tendere a una vera emarginazione di tutte le parole che non mi sono consone”.

Rosada
Ra natura / l a parla con arbre e r verde / ra sgargianta farfala / la sfugiss / ro merlo e r peciaross. / De nöcc ra rosada / la invida a r verse ra scigueta. / La marca r ora.

La rugiada
La natura / con alberi e verde / la sgargiante farfalla / sfugge al merlo e al pettirosso. / Di notte la rugiada / invita al grido la civetta. / Segna l’ora.

Dal libro: I predé e i nosance (Le Pleiadi), poesie in dialetto di Bidogno – prefazione di Flavio Medici – Edizioni Ulivo Balerna – 1997.

 

Bibliografia
Grignola Fernando, Le radici ostinate, Armando Dadò Editore, 1995, pag. 95.
Giornale del Popolo, Cultura, 27 maggio 2003 e 18 maggio 2013, pag. 10.
Corriere del Ticino, Cultura, 21 maggio 2013, pag. 32.