Editoriali

Anno 40 - N. 2

Il dialetto

di Giorgio Passera

Una rivista come Terra ticinese è obbligata a riflettere sul tema dell’identità e sugli elementi che la compongono e il dialetto, indiscutibilmente, è una di queste componenti. La lingua parlata e scritta è un collante formidabile, fa prossimità, crea intese immediate. Un dialetto va oltre: è un po’ come dare del tu subito ad una persona. Sul dialetto che si parla nel nostro Cantone, o meglio, sui dialetti che si parlano da noi, possiamo dire molte cose, magari anche contrastanti tra di loro. Prendendo spunto dal titolo di una canzone di Ligabue, Vivo morto x, io voto x, nel senso che il dialetto da noi sta un po’ bene, sta un po’ male, sta un po’ così così. Da un lato abbiamo un fenomeno come quello della Palmira, che riempie i teatri e le sale cinematografiche, oppure il continuo successo delle nostre filodrammatiche, le numerose pubblicazioni di poesie in vernacolo e altre iniziative simili che farebbero credere ad una popolarità senza soluzione di continuità ed imperitura del nostro dialetto. Se però analizziamo l’uso di questo codice, la sua purezza, la sua originalità, il suo tasso di comprensione presso il pubblico, beh, le cose si complicano. Inoltre, da qualche anno, assistiamo ad un uso non certo filologicamente corretto del dialetto ticinese, cioè a fini espressionistici, da parte dei nostri giovani, che si divertono a infarcire le loro comunicazioni di termini ed espressioni dialettali o almeno apparentemente tali. Un gioco sui suoni o poco più. Per non parlare di certe pubblicità sul cui livello è meglio soprassedere. Vitalità da un lato, mortificazione e appiattimento dall’altro. E poi un’altra questione difficilmente valutabile è quella della distinzione fra dialetto parlato e dialetto scritto. Certo, in queste nostre riflessioni ci aiutano non poco i vari dizionari e lessici che anche da noi vengono pubblicati e che ci danno una serie di indicazioni serie e documentate sulla ricchezza di questo idioma a livello scritto. A volte però viene da pensare che il dialetto ticinese stia diventando una sorta di latino, di lingua di cultura morta, da studiare, da tradurre e, quindi, da difendere e da promuovere. E poi d’altro canto, se giriamo un po’ il Cantone, scopriamo quanta gente lo usa ancora: certo non sarà più il dialetto con sü ul zücar, come lo definì Sergio Maspoli, quello brillante, divertente, originale, ricco e preciso. Ma si tratta comunque di un codice che permette la comunicazione, che crea immediata simpatia, intesa. Cosa dire per concludere? Diciamo che la partita finisce 1 a 1 oppure 0 a 0, come preferite e quindi torniamo alla x, di cui parlavamo all’inizio. Sarebbe interessante conoscere il parere di un pubblico attento e sensibile come quello della nostra rivista. Non pretendiamo certo di avviare un dibattito, però se vorrete mandarci il vostro parere, sarete i benvenuti!