Locarno e Valli

Anno 40 - N. 2

Il Castelliere di Tegna: un tesoro archeologico da rivalorizzare

di David Leoni

Risale al 1927 una delle prime segnalazioni riguardanti la presenza, sulla sommità del Monte Castello, sopra Tegna, di ruderi di manufatti antichi. L’interessamento per questa scoperta da parte di Carlo Gilà, cittadino patrizio appassionato cultore di storia locale, portò un decennio più tardi due giovani docenti di allora, entrambi suoi compaesani, Fausto De Rossa e Renato Zurini, ad approfondire le ricerche con i primi, rudimentali, scavi. Sforzi che in seguito richiamarono l’attenzione dei responsabili di storia cantonali.

Negli anni Quaranta indagini più dettagliate effettuate sulla collina, posta in una stupenda posizione panoramica a poco più di 500 metri di quota sopra l’abitato, permisero di portare alla luce dei reperti risalenti ad un periodo preromano (attorno all’anno mille prima di Cristo). In particolare diverse mura di cinta di una probabile fortificazione. Alcune, a detta degli studiosi, datate addirittura della tarda età del Bronzo. Altre, chiara testimonianza di un insediamento umano stabile, furono fatte risalire invece al periodo tardo romano. Tutto ciò lascia presumere che non ci sia stato un unico momento costruttivo per questo insediamento fortificato, fino ad allora passato inosservato. In altre parole, l’opera difensiva era stata sottoposta a vari rifacimenti e potenziamenti.

Tra gli oggetti rinvenuti in quell’occasione (la direzione degli scavi fu assunta dall’architetto bernese Alban Gerster), figuravano anche diversi laterizi, frammenti di vasi in ceramica, bicchieri, utensili di metallo e di vetro. La particolare disposizione di queste mura, di pianta quadrata (22 metri di lato), come detto, ha subito fatto pensare ad una postazione di tipo militare (una sorta di postazione di vedetta dalla quale tenere d’occhio l’accesso alle valli, importanti vie di comunicazione) pensata per accogliere una piccola guarnigione e la popolazione indigena in caso di invasione o attacco. Da lassù, infatti, la vista spazia su tutto il delta della Maggia ed il Lago Maggiore. Al centro della costruzione era ben riconoscibile una cantina scavata nella viva roccia; poco distante un pozzo per l’acqua, profondo diversi metri, alimentato con acqua piovana. Un altro pozzo, scavato all’esterno, ad ovest dell’edificio principale, è visibile oggi ancora. I muri delle costruzioni erano in tufo, una pietra importata poiché non presente nelle nostre valli. Curioso anche il rinvenimento dei resti di capanne preistoriche, distrutte probabilmente da un incendio in epoche precedenti.

Un luogo di culto?

C’è anche chi, tra gli storici, teorizza che il Castelliere altro non fosse che un luogo di culto dell’acqua dedicato a Mitra, divinità indoiranica la cui venerazione, in Europa, si diffuse grazie ai soldati romani di rientro dalle campagne militari in Medio Oriente. La prova la fornirebbero le mura, il cui spessore massimo – pari ad una settantina di centimetri – non era certo quello tipico di un bastione difensivo dell’epoca. Non da ultimo, un muro diagonale sembrava possedere le stesse caratteristiche di un tempio gallo-romano.

Resta il fatto che, a distanza di anni, l’ipotesi più accreditata rimanga quella della fortificazione, di un centro difensivo. Insomma il Castelliere nasconde, oggi ancora, diversi misteri. I risultati di queste prime campagne di ricerca, conclusesi nel 1945, trovarono spazio sulla “Rivista Storica Ticinese” grazie all’impegno del professor Aldo Crivelli. Nel 1965, vent’anni dopo, l’ingegner Alessandro Rima stese, su incarico della Società storica locarnese, un dettagliato rapporto sulla situazione delle rovine. Allestì pure un preventivo di spesa (per complessivi 90mila franchi) da destinare alla ripresa dei lavori di ricerca. Purtroppo, però, non se ne fece nulla.

Di questa preziosa testimonianza, col passare del tempo, le tracce sono andate, purtroppo, un po’ perdendosi. Intemperie, vegetazione infestante e, non da ultimo, anche qualche vandalismo hanno cancellato quanto di buono era stato portato alla luce negli anni del Secondo conflitto mondiale. Tuttavia, grazie all’interessamento della Pro Centovalli e Pedemonte – ed è cronaca dei giorni nostri – uno dei manufatti archeologici più misteriosi del Locarnese sarà presto nuovamente pronto a fare bella mostra di sé al cospetto di appassionati di storia, studiosi e di escursionisti.

La fortificazione militare (o tempio), che disinteresse e incuria hanno quasi cancellato alla vista, tornerà ad affascinare e interrogare i passanti lungo quel sentiero. Oggi la zona rappresenta una degna meta di una bella passeggiata, durante la quale sarà ben difficile resistere alla suggestione creata da un tale insediamento, ricco di enigmi. Un reperto d’inestimabile valore storico, troppo presto “seppellito”.